Il birbantello …

sabato, maggio 10, 2014
By gennaro pezone
gennaro@gennaropezone.com

E’ strano il colore che mi circonda, un verde appassito che stona con i camici azzurri che si muovono tra fili e pulsanti che impazziscono al solo vedermi.

Più giù, a pochi metri, una porta lascia fuori l’attesa ed inizia la lotta: “signori, ci siamo”.

Odo distintamente il vociare dei medici che hanno organizzato questa avventura, sorrido, anzi rido, troppi mi circondano, sono mascherati e non mi rendo conto che sono persone e non burattini.

Si muovono all’unisono perché coordinati da un unico regista.

Certo ci sono state le prove per l’assalto alla bastiglia.

La bastiglia sono io.

Mi giro a destra e a manca perchè davanti ho la pancia sollevata e in bellavista.

Di fianco ho il mio assistente personale che mi racconta le varie fasi e mi introduce ai cambiamenti di scena.

Una piccola donna dagli occhi dolci mi guarda con tenerezza, deve controllare il monitor generale e vedere se ho reazioni improvvise, le dico “coraggio, andrà tutto bene”.

Non è una sala operatoria ma una succursale della NASA e si stanno preparando al lancio di una navicella per Marte.

Adesso il sorriso mi ha abbandonato, ho sentito uno strano vocabolo: c’è una neoplasia vescicale.

“Consegna il prelievo per l’esame istologico”: avevano estirpato un fiore non vezzoso ma birbantello.

Lo coltivavo dentro di me da mesi, forse anni, mi dava fastidio, faceva sentire la sua presenza ma attorno a me c’erano orecchi sordi.

Manco il tempo di riflettere e scatta un nuovo allarme: “ci sono altre cellule da estirpare”.

Già, piccole radici di altri fiori in crescita.

Ho vissuto praticamente con un giardino coltivato male perché non c’era il giardiniere.

Intanto si giravano le riprese per farne materiale scientifico e due fotografi riprendevano le scene salienti, mi sono anche rammaricato perché ero senza trucco nè parrucco.

Passa il tempo velocemente mentre vedo i volti dei tre chirurghi che si danno da fare sul, come dire,  ” tesoro di famiglia “.

Altro giro, altra corsa.

Il secondo organo viene resettato e privato dell’eccedenza, altro prelievo ed altra corsa per l’esame istologico.

E’ proprio vero: gli esami non finiscono mai.

Quando tutto volge al tramonto c’è un altro allarme per una stenosi, squilla la carica e si va all’assalto: “dammi un tubo da 18, no, da 20″, sembravo un lavabo a cui aggiustare i flessibili.

“Ecco è tutto a posto”:avevano finito ed in quel preciso momento ho “visto” dentro di me il volto di mia moglie e dei miei figli, ho rivisto tante scene della mia vita, cercavo di trovare le parole giuste per raccontare l’accaduto.

Ma un tumore non si racconta, vorresti inveire ma arriva lo scambio di qualche battuta col primo chirurgo: “Gennà, è fatta. Adesso ti portiamo su”.

Ho avuto solo qualche minuto per pregare e l’ho fatto, poi sono scomparso tra occhi curiosi e volti soddisfatti ma tra i sorrisi ho visto anche qualche lacrima: era di gioia, l’intervento era riuscito ed il fiore era stato reciso.

Adesso tra me e lui, il birbantello resto io!

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